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Nell’orto dall’inizio dell’anno non si può fare assolutamente niente se non potare i frutti, legare le viti e fare dei piccoli lavoretti alle reti, agli attrezzi, ecc.
(che palle)
Dei baccelli che avevo seminato, più di mezzi sono morti. Non ho potuto piantare gli agli e se non cambia il tempo anche per le patate sarà un problema. E tra poco sarebbe perfetto per seminare prezzemolo, carote, bietole, rucola, insalate, radici rosse, bietoline rosse….
Allora sabato mattina e stamani ho potato due grandi meli sotto la supervisione dello Staderini, maestro in potatura Tonini.
Per arrivare ai rami più difficili e lontani ho dovuto usare una scala abbastanza improvvisata. Ma quello che più mi lasciava perplesso era il punto d’appoggio di quell’aggeggio lungo e precario. Io avrei voluto sistemare la scala appoggiandola su dei rami robusti, ma il maestro mi indicava delle soluzioni spericolate tra piccoli rami, piccoli “crocicchi” come si dice qui.
“Il legno di’ melo l’è duro… l’è una bestiaccia… vai un ti succede nulla… che lo vo dire a me?”
E io su pe la scala a pioli.
Finito il lavoro, con risultati soddisfacenti, mi offro per potare ancora. “Icché c’è rimasto da potare? I peschi e anche quell’albicocco n’avrebbero bisogno”
Ma il maestro mi fa: “Un te n’avere a male, ma quelli e li poto da me.”
Mi verrebbe da dire che la fiducia che gli ho dimostrato non è stata contraccambiata. Oppure più semplicemente che ancora devo imparare molto e apprezzare il valore che il vecchio da a quei peschini che per tutta l’estate ci regalano della frutta favolosa.
(Ma però prima di tornare a casa con 4 uova ancora calde levate da sotto il culo della gallina, gli ho chiesto l’appuntamento per poter assistere alla potatura dei peschi e dell’albicocco, così il prossimo anno, un c’è scuse… li poto io)
Stamani sono andato a segare un vecchio melo crollato. Non ne poteva più e ha deciso che era arrivato il momento per lasciarci, dopo aver visto questo tempo infame fatto di estati torride e inondazioni invernali.
C’è poco da aggiungere: basta guardare questa foto per capire che molto del lavoro fatto in precedenza è stato del tutto inutile e che per iniziare a ricostruire si dovrà aspettare un bel po’.
Quasi fosse una metafora della vita, bisognerà solo armarsi di pazienza e sperare nella prossima stagione.
Presente una palude ghiacciata?
Così si è presentato l’orto questa mattina, la prima giornata di sole dopo tutto questo tempaccio.
Peccato che le previsioni non lasciano sperare in niente di buono, acqua e neve ancora per giorni…
Così i baccelli che fanno capolino saranno di nuovo sommersi dall’acqua. Le cipolle nostrali, fini, fini si chiederanno se sono in una risaia cinese anziché in Toscana. E gli spinaci hanno deciso che non è tempo per crescere ancora.
In compenso ho colto due grandi cavolfiori, due broccoli e un cavolo romano. E poi due piccole lattughe (che credevo morte), e i radicchi variegati.
Aspettando tempi migliori, il ritorno della primavera e del sole, mi conselerò con l’ultimo raccolto, perché oggi a pranzo avrò il mio Roby, principale estimatore della mia cucina e dei prodotti dell’orto.
Buon appettito
Il carciofo
dal tenero cuore
si vestì da guerriero,
ispida edificò
una piccola cupola,
si mantenne
all’asciutto
sotto
le sue squame,
vicino al lui i vegetali impazziti
si arricciarono,
divennero
viticci, infiorescenze,
commoventi rizomi
sotterranea
dormì la carota
dai baffi rossi,
la vigna
inaridì i suoi rami
dai quali sale il vino,
la verza
si mise
a provar gonne,
l’origano
a profumare il mondo,
e il dolce
carciofo
lì nell’orto
vestito da guerriero,
brunito
come bomba a mano,
orgoglioso,
e un bel giorno,
a ranghi serrati,
in grandi canestri
di vimini, marciò
verso il mercato
a realizzare il suo sogno:
la milizia.
Nei filari
mai fu così marziale come al mercato,
gli uomini
in mezzo ai legumi
coi bianchi spolverini
erano
i generali dei carciofi,
file compatte,
voci di comando
e la detonazione
di una cassetta che cade,
ma
allora
arriva
Maria
col suo paniere,
sceglie
un carciofo,
non lo teme,
lo esamina, l’osserva
contro luce come se fosse un uovo,
lo compra,
lo confonde
nella sua borsa
con un paio di scarpe,
con un cavolo
e una bottiglia
di aceto
finché, entrando
in cucina,
lo tuffa nella pentola.
Così finisce
in pace
la carriera del vegetale armato
che si chiama carciofo,
poi
squama per squama
spogliamo la delizia
e mangiamo
la pacifica pasta
del suo cuore verde.
Essendo musicista vedo analogie anche dove non ci sono, ma nella conduzione di un orto mi sembra di trovare alcune caratteristiche indispensabili anche per lo studio della musica.
Ascolto-osservazione, applicazione continua, percezione di quello che stai facendo in base a quello che è successo e quello che sta per succedere.
E poi credo che per fare un bell’orto in qualche modo si debba essere degli artisti.
Purtroppo in questi giorni, dopo la nevicata e la successiva terribile ghiacciata, non sono ritornato all’orto per non vedere i disastri e la distruzione di parte del mio lavoro.
Ma ci penso sempre e oggi ho pensato e sto pensando ad alcune cose che dovrò coltivare nella prossima stagione.
Abbandonando temporaneamente le mie convinzioni etico-religiose, dopo l’ottimo pranzo natalizio in perfetto stile tosco-emiliano come da tradizione familiare, godendomi il turno annuale che quest’anno mi ha regalato la presenza dei miei ragazzi per Natale, oggi è stata la volta del secondo pranzo festivo con l’altra famiglia, quella che mi ha adottato e da cui mi sono fatto adottare molto volentieri.
Non so se il pranzo era perfettamente tradizionale, e quindi in stile ungarico-bavarese, ma il risultato è stato comunque ottimo.
Crostini con salmone, limone e rafano (Meerrettich) - bordo di carne con verdure e erba cipollina (Schnittlauch) - agnello stufato con verdure, fette di sedano rapa stufate in padella (Knollensellerie), bietole rosse in salse di marmellata di arance&nostarda, o sorbi&miele e una incredibile insalata di aringhe (Heringssalat).
Sull’insalata d’aringhe occorre indugiare un attimo perché di aringhe c’è solo la traccia. Il grosso, der Großteil, dell’insalata sono bietole rosse, patate, cipolle, cetrioli agrodolce, mela acida, manzo lessato e yogurt.
Per finire dei piccoli e favolosi Lebkuchen, dolcetti speziati di Norimberga.
L’orto cosa c’entra?
C’entra in quanto appena mi sarà possibile (e ora controllo epoca e esigenze colturali) seminerò e pianterò rafano, sedano rapa, erba cipollina e altre verdure inconsuete nel mio orto, semmai nascondendo la vera identità delle piante al mio vecchio maestro e padrone del campo, per non dover discutere e spiegare cosa ci faccio con delle radici puzzolenti e non doverlo rendere ancor più diffidente verso di me che già gli appaio fin troppo alternativo per via dei capelli rasta e dell’iPod a cui sono perennememte attaccato anche mentre vango.
Buone Feste
Grüße und frohe Weihnachten!
S’è messo seduto in una vecchia seggiola, vicino alla cappanna, con un secchio di ferro davanti, pieno di pezzetti di legno accesi, e di tanto in tanto ci passava sopra le mani per scaldarsi, mentre io ero appollaiato sul primo melo a potare.
Lo vedevo sempre a capo basso a alimentare il fuoco, ma poi s’è alzato e m’ha detto che andava bene come avevo fatto la prima rama, ed è tornato a sedersi.
Ho finito il melo e poi un susino e quando sono sceso m’ha detto quello che non andava bene.
“Quando lavoravo alla fattoria di Renacci, mi mandarono a scuola per imparare a potare e ho imparato “la scuola Tonini”.
Ma quasi tutto quello che avevo fatto ha trovato la sua completata approvazione.
Allora ci siamo messi ad un altro melo e m’ha detto: “prima di tagliare fammi vedere come tu faresti”.
Questo lo taglierei qui.
Si, taglialo a “occhio morto”.
Qui ci lascio solo questo.
Si, tanto l’è una rama principale e dentro deve rimanere vota.
E poi lo taglio qui, va bene?
Si, lasciani quattro o cinq’occhi. Guarda anche quell’attre rame, falle alla stessa altezza, deve venire una piramide all’incontrario vota dentro.
Scelgo la gemma rivolta all’esterno, va bene?
Proprio così, ma se t’hai furia, unnemporta.
Io furia un l’avevo.
Il maestro è andato via prima e m’ha detto di potare un grande pero che non era stato potato da due anni.
“Tanto t’hai capito…Guarda quant’è l’è grosso i tronco, quant’è l’è vecchio, quanta forza ha e cerca di capire quante gemme da fiore lascianni.. perché se tu ne lasci troppe fa tutte le pere scartine e un se ne mangia una bona.”
Ora su Google ho cercato la potatura Tonini, ed ero un pochino scettico. Invece fu una tecnica innovativa, roba che risale al 1700 e introdotta in Toscana per la coltivazione degli olivi.
Le foto però sono delle scale fatte in casa, le scale a pioli, poco sicure, ma molto efficaci per salire sugli alberi e fatte in modo che si incastrino nell’impalcatura della pianta. Per ogni altezza e tipo di albero c’è pronta la su scala.
Roba seria, ragazzi…
Il terreno dove faccio l’orto è un lotto di circa 2000 mq, diviso a metà tra due proprietari.
Una metà la lavoro io e l’altra è suddivisa in diverse porzioni più o meno piccole dove altrettanti ortolani si dilettano a coltivare le verdure.
Il proprietario della metà suddivisa, con la sua scelta svolge una funzione sociale non indifferente.
Da noi non ci sono molti orti sociali. Non abbiamo la cultura adatta e siamo troppo poco rispettosi degli altri, figuriamoci delle loro cose.
Ma in queste porzioni di orto, in questa situazione più protetta e limitata, vedo sempre persone felici.
E anche con i confinanti degli altri lotti c’è sempre un clima di cordialità e rispetto che difficilmente in altri luoghi si può riscontare.
Ci si osserva e la condivisione di quel lavoro fa cadere le diffidenze e ci aiuta a socializzare.
Si parla dei problemi mentre si zappetta, ci si racconta dei figli o si infama Berlusconi mentre ci si asciuga il sudore o si puliscono le scarpe fangose.
E poi mille consigli e scambi sull’orto.
“Questi broccoli un m’hanno fatto nulla… eppure l’ave’o semina’i io colla luna bona…un ci si capisce più nulla… ”
“Pigliene quante tu voi di rapi… n’ho corti una borsa’a… e i mi citti tanto un li mangiano”
“Che me la dai una pallina di qui radicchio mezzo rosso? Te ne rendo una di pan di zucchero appena l”è fatto”
E allora mi sento proprio contento di non aver da badare un poggio intero circondato da cacciatori e speculatori.
Questo, solo per dire che un orticino è davvero salutare, e domani mi sento pronto per sfidare la brinata mattutina: mi metterò tanta lana addosso e salirò su dei vecchi meli, susini e peri per una bella potatura dei succioni, dei rami che si incrociano o di quelli secchi.
Se capiterà, e capiterà, ci si racconterà qualcosa e poi si infamerà Berlusconi.
In questi giorni nell’orto c’è poco da fare. E’ tutto molle, e meno si pesticcia e meglio l’è.
Si, è vero, qualcosa c’è sempre da fare, ma con queste giornate così corte, fredde e umide, così pochi poco stimolanti, nell’orto ci si va per cogliere qualcosa di buono per mangiare.
Rapi, porri, bietole, radicchi e insalate. Ma la parte da prima donna la fanno i cavoli.
Oggi ho colto un bel cavolfiore, un broccolo e una cavolella.
Chiaramente essendo solo, o a giorni alterni con un biondo famelico da sfamare, questi tre cavoli sono una bella scorta alimentare che mi durerà per tutto il fine settimana.
E’ la mia risposta ecologica ad una vita sotto la soglia di povertà.
Il cavolfiore lo lesserò con una foglia di alloro e condito con l’olio nuovo, made in Loro, sarà un ottimo piatto sia caldo che freddo.
La morte del broccolo è con gli spaghetti buttati in padella (altro che i quattro salti) con aglio e peperoncino.
La cavolella, o cavolo cappuccio, lo faccio alla moda trentina-tirolese-bavarese. Si taglia abbastanza fine il cavolo e lo si cuoce una decina di minuti in acqua bollente con una bacca di ginepro e un po’ d’aceto. In un tegame di fa soffriggere la cipolla (anche con dello speck tagliato alto se si mangia la carne) e si aggiunge un bel po’ di cumino. Ci sta bene anche il burro, ma io non ce lo metto. E poi quando il soffritto è pronto si scola in cavolo e si butta nel tegame dove dovrà cuocere, coperto, una ventina di minuti.
In verità ho piantato anche dei cavoli romani, dalla forma psichedelica. Ma per adesso non mi hanno fatto niente. Nessuna cima da cogliere. Sono piantine comprate e mi sa che ho preso una sola.
Con il capo, il padrone della terra, abbiamo deciso che un si compra più nemmeno una piantina, e da qui in avanti si semina ogni cosa da soli.
In Toscana, e in particolare qui vicino a Firenze, non è possibile parlare di fave senza pensare a tutto tranne che ai legumi.
Non è pensabile che una signora si rivolga ad un ortolano chiedendogli: Che mi farebbe assaggiare una fava? Un vorrei le fossero appassite.
Ma lasciamo perdere…
Si diceva. Oggi finalmente ho seminato i baccelli.
E’ molto semplice. Si fa un solco nella terra già vangata e zappettata e si mettono tre quattro semi vicini, in gruppo (postarelle), e poi altri nella fila a distanza di almeno 30 cm.
Le file devono essere distanti almeno 50 cm perché comunque la pianta cresce abbastanza ed è bene che ci sia spazio sia per lo sviluppo, sia per la raccolta.
I baccelli non hanno particolari esigenze. Addirittura, come tutte le leguminose, arricchiscono il terreno di azoto e sono colture da riposo, e si usa seminarle dove sono cresciute precedentemente piante molto esigenti come cavoli, lattughe, pomodori, ecc.
I baccelli si possono seminare da ottobre fino a marzo.
Ma se si seminano adesso ci sono molti vantaggi, non solo per poterli raccogliere con un po’ di anticipo rispetto alle semine tardive, ma soprattutto perché si eviterà che le piantine vengano attaccate dai perfidi afidi (pidocchi) che invece assalteranno ferocemente i teneri germogli seminati alla fine dell’inverno.
Se si seminano adesso, i baccelli in primavera saranno già cresciuti e dopo aver passato l’inverno, saranno più duri e meno appetibili per i parassiti.
Non temono il gelo, e anche se dovesse venire un ghiaccio birbone, riscoppierebbero dalla base e crescerebbero nuove piantine.
In ogni caso anche se dovessero arrivare le schiere di pidocchi infestanti, posso consigliare un paio di rimedi naturali.
Una bella spruzzata, abbastanza violenta, a base di acqua con sapone di Marsiglia sciolto. I pidocchi se ne andranno e sulle foglie e sui germogli si formerà una specie di pellicola protettiva, del tutto innocua alla pianta, che la proteggerà per alcuni giorni.
In casi più gravi allora meglio procedere con una bella irrorazione a base di macerato di ortica.
Puzza da far schifo, ma è molto efficace.
Si prende l’ortica, si mette in un secchio pieno d’acqua e la si lascia macerare per una ventina di giorni.
Si filtra, si mette nella macchinetta per l’acquetta (per il ramato) e si spruzza. (Sento i’ puzzo solo a pensarci)
I baccelli saranno pronti verso la fine d’aprile, insieme al primo pecorino fresco e alla finocchiona del maiale salato durante le feste di Natale.
Causa le piogge e le poche ore di luce, combinate con l’orario di lavoro, non ho potuto seguire i lavori nell’orto come avrei voluto.
Poi anche alcuni giorni passati a raccogliere le olive (un olio strepitoso quello di Loro Ciuffenna) mi hanno tenuto lontano.
Però ho finito di vangare tutta la terra che in estate ospiterà pomodori, peperoni, melanzane, zucche, zucchine, bietole, sedani e insalate. E scusate se è poco…
Mi sono nate le cipolle e gli spinaci.
I cavoli (cavolfiori, cavolelle, broccoli calabresi e romani) sono sul punto di essere colti.
Per i radicchi e i rapi bisogna aspettare il gelo.
Per la scarola e la ricciolina, ancora qualche settimana.
Mentre sto mangiando gli ultimi cesti di lattuga e le ottime erbucce per frittate o per “li gnudi”.
Il terreno lavorato è ancora fradicio e per seminare i baccelli si dovrà aspettare ancora un po’, sperando che non piova. Qui da noi la terra s’asciuga male perché c’è troppa nebbia e pochissimo sole.
Prima che venga freddo se uno ha il posto adatto, quindi con un po’ di pendio e ben esposto, potrebbe mettere delle nuove piantine di carciofo diradando le vecchie piante dai maschioli. Attenzione a non fare questa operazione quando è freddo, perché come dicono i contadini, i carciofi con il freddo fanno come il vetro… si spezzano.
E gli agli meglio metterli ad anno nuovo ( chi vuole un bell’agliaio, lo semini a gennaio).
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